Lezione dell'1.03.2018

Lezione dell'1.03.2018

di JESSICA SANTAROSSA -
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1.03.2018

Il narratore è la voce narrante, che è una cosa diversa dal punto di vista.

Tuttavia a volte possono coincidere.

Il punto di vista in narratologia si chiama focalizzazione.

La focalizzazione è strettamente connessa al rapporto che c’è tra la voce narrante e il punto di vista.

Jenette, un semiologo francese, individua tre tipi di punti di vista:

1. Non focalizzato o focalizzazione zero

2. Focalizzazione

3. Focalizzazione esterna, interna (mono-focalizzata o multipla)

1. È tipica di quella narrazione in cui è presente il narratore onnisciente. Egli sa più di quanto i personaggi sappiano di se stessi e ci racconta la loro psicologia.

Questo presuppone che la voce narrante corrisponda al punto di vista.

Es: incipit de “i Promessi Sposi".

Da chi è visto il ramo del lago di Como? Dal narratore, non da un personaggio.

Il narratore onnisciente è quello che governa il tempo della storia e si muove con più disinvoltura all’interno dei piani temporali e spaziali della storia. Può essere ovunque e raccontarci di chiunque.

 

2. Un racconto focalizzato: la voce narrante ci racconta le cose dalla prospettiva di un solo personaggio; si avrà dunque una prospettiva parziale perché è quella di un solo personaggio che conosce solo la propria storia e non quella degli altri.

Questo esclude, ovviamente, una voce narrante onnisciente. La voce narrante sa solo quello che il personaggio sa di se stesso.

 

3.

-Interna: la voce narrante ci descrive, ci riporta la percezione che ha il personaggio della realtà, i suoi pensieri, le sue impressioni. Ciò che il personaggio pensa.

-esterna: quando la voce narrante descrive ciò che il personaggio vede, non che pensa.

Un racconto a sua volta può essere mono-focalizzato, ovvero incentrato sui pensieri o sulle visioni di un solo personaggio, o multipla, cioè di più personaggi all’interno della stessa narrazione.

 

Es. di focalizzazione interna: Virginia Woolf, “Gita al faro”. Mono-focalizzato a focalizzazione interna. Ci vengono descritti i pensieri e i ricordi del personaggio.

 

Il racconto a focalizzazione esterna, invece, è quello adottato dai veristi, specialmente da Giovanni Verga. La voce narrante ci descrive il personaggio attraverso ciò che egli vede di sé e degli altri.

 

Questi tipi di modalità possono essere scelti programmaticamente.

Virginia Woolf non abbandona mai la focalizzazione interna.

 

“Processi verbali” di Federico de Roberto

De Roberto assume programmaticamente la focalizzazione esterna.

Tutto ciò che viene narrato viene narrato rigorosamente da un’ottica esterna.

Nella prefazione dice che tutto ciò che il narratore può fare è registrare la realtà. Questo vuol dire, cioè, non interpretarla.

Tutto quello che si può fare in veste di autore è scrivere ciò che dicono i personaggi.

 

Verga (anno di nascita 1840: qualche anno prima della nostra prima guerra d’indipendenza)

De Roberto (anno di nascita 1861: anno dell’unità d’Italia)

 

Il primo parlamento si trovava a Torino, poi si sposta nel 1864 a Firenze, poi nel 1871 a Roma.

Quasi tutti gli intellettuali di quel momento per guadagnarsi da vivere fanno i giornalisti.

Ma di che tipo di giornalismo si tratta? Quando nasce esso è molto legato al parlamento, alle cronache parlamentari. I giornalisti verbalizzano le sedute del parlamento.

Il tipo di scrittura che addotta de Roberto è molto simile ad una cronaca, ma invece di scrivere quello che si dicono i deputati in parlamento, descrive quello che si dicono i personaggi, facendo ricorso spesso al dialogo. Quasi tutti i processi verbali spesso sono e sembrano (sono comunque fiction) registrazioni di colloqui.

Adotta sistematicamente un tipo di focalizzazione esterna, multipla.

 

Non è detto che una narrazione sia condotta tutta con una stessa modalità.

 

Es:

-se una narrazione ha prevalentemente focalizzazione esterna, in alcuni momenti la focalizzazione può essere azzerata con degli inserti da parte del narratore onnisciente.

-spesso ci sono romanzi con focalizzazione sia esterna che interna

 

All’interno di una narrazione a grado zero possiamo incontrare un discorso RIVISSUTO (focalizzazione interna)

Questo significa che la voce narrante, da essere onnisciente, entra nella mente (e quindi nella psicologia) del personaggio e registra alcuni suoi pensieri quasi in prima persona.

Il confine tra la prima e la terza persona viene quasi eliminato, in una totale empatia tra la voce narrante e il personaggio. Esempio: addio ai monti di Lucia.

 

Anche all’interno di una narrazione con narratore onnisciente si possono incontrare dei momenti a focalizzazione interna.

 

La scelta di una modalità di narrazione può essere programmatica da parte di un narratore e può avere una valenza di manifesto poetico personale o anche di fondazione di una scuola letteraria.

Essa ha molte implicazioni con il ruolo che l’autore assume in quanto narratore.

Le modalità di narrazione hanno molto a che fare con la modalità di veicolare il messaggio.

Il messaggio è la finalità, ma la scelta della modalità e della trama sono funzionali a veicolarlo.

Un autore che sceglie di veicolare un messaggio deve scegliere un modo di porsi rispetto ai destinatari.

Autore: mittente

Lettore: destinatario

 

Ma a che tipo di lettore pensava Manzoni quando scriveva i “Promessi Sposi”? O Verga mentre scriveva “Mastro don Gesualdo”?

 

Il problema è che il pubblico di lettori cambia a seconda della situazione storica e sociale.

L’autore sente il bisogno di raccontare delle cose in rapporto al suo pubblico di lettori (per veicolare un messaggio).

Questa scelta del narratore: mandato. L’autore, infatti, si assume un determinato ruolo nei confronti del mondo che lo circonda.

A seconda del mandato che un autore si dà, cambia la modalità che sceglie per raccontare una storia.

 

La scelta del genere letterario è la prosa e nello specifico la prosa narrativa.

La prosa narrativa non è solo prosa, è narrazione cioè invenzione (personaggi fittizi).

 

La prosa d’invenzione è una scoperta che in Italia arriva piuttosto tardi. (Prima esisteva la prosa ma era o storica o scientifica, per esempio quella di Galilei o degli storici).

La prosa d’invenzione è quella narrativa che può essere il romanzo o il racconto.

(Romanzo e racconto: due generi, uno più lungo e uno più corto ma hanno all’interno strutture diverse, non solo è questione di pagine.)

 

Perché il mittente è importante rispetto al ruolo che si dà il narratore?

 

I narratori, soprattutto dal 1600 in poi, sono molto preoccupati di individuare un pubblico. A volte dicono di scrivere per un certo tipo di pubblico.

Galilei: si rivolge al “discreto lettore”.

Discreto: deriva da discernere. Saper separare le cose. Intelligente.

La teoria geocentrica faceva riferimento alla disciplina filosofica e religiosa.

Galilei, invece, dice che quello che ci vuole raccontare non ha a che fare con la filosofia e la religione, ma ha a che fare con una nuova disciplina: l’astronomia (nomos: legge. Non ha a che fare con lo studio, logos, ma con le leggi)

Galilei discerne. Egli dice che stando a quello che ha visto esistono delle leggi che i pianeti seguono.

Mettendo in crisi un sistema intero, quello delle discipline, anche lui si preoccupa di individuare un lettore.

 

In questo periodo esistono due tipi di racconto:

 

-epistolare

-autobiografico memoriale

 

Esistono gli epistolari (raccolta delle lettere in quanto tali) e i romanzi epistolari.

Gli autori si rendono conto che lo scambiarsi delle lettere potrebbe essere uno strumento di invenzione delle storie e immaginano che ci siano dei personaggi che si scrivono.

Es: Laclos, “Le relazioni pericolose” (1782)

Un romanzo epistolare del 1900 invece: “Caro Michele” di Natalia Ginzburg, nel quale dei familiari si scambiano delle lettere.

 

In questo periodo si scrivono anche memorie. (Es: Goldoni e Molière)

Questo consiste nel prendere la propria vita e raccontarla come esemplare.

Gli autori fanno in modo che essa possa servire da esempio.

Ma perché due commediografi scrivono memorie? Di cosa parlano oltre di se stessi?

Del teatro. Essi parlano di se stessi non solo per raccontarci le loro vicende, ma perché diventa un simbolo, uno strumento di storia del teatro.

Alfieri “La vita”: racconta la rivoluzione, un momento importante.

La memoria non è mai solo personale, ma è sempre una testimonianza di qualcosa che prevarica la storia dell’individuo come la storia del teatro, della società, di una rivoluzione.

Essa è inoltre una narrazione omodiegetica in cui il narratore ci tiene a far sapere al suo destinatario che tutto ciò che scrive lui lo ha visto di persona. Dice che si tratta di una testimonianza e che non c’è nulla di inventato. (Superfetazione autobiografica)

 

L’autobiografia, come abbiamo visto, può diventare autobiografia o memorialista ficta, inventata.

Un narratore può dirci che ci racconta la sua vita, ma forse è un narratore fittizio che narra una storia fittizia.

 

L’adozione di un genere particolare di prosa di invenzione ha a che fare con il messaggio.

 

“Le confessioni di un italiano” (Prima edizione dal titolo: “confessioni di un ottuagenario” (1858), ovvero di un vecchio di 80 anni. Nievo però ne aveva 24 quando lo scrive)

Io nacqui Veneziano e morrò Italiano.

Nievo lo scrive nel 1858 ma l’unità d’Italia: 1861, tre anni dopo.

Com’è possibile che nel 1858 ci sia memoria di qualcosa che avverrà tre anni dopo, quando in realtà lui sarà già morto?

Non si tratta di uno sguardo retrospettivo.

Egli sta prevedendo, auspicando. Sta immaginando. Non è una memoria.

Non è un romanzo autobiografico, memoriale ma è un romanzo progettuale.

Lui progetta l’Italia, che nemmeno ha visto. È un romanzo quasi utopistico.

 

Due parole sono importanti nel titolo:

- “ottuagenario”

- “confessione”

 

Nievo parte per arruolarsi e va in Sicilia con i mille. Quando muore una sua amica (Erminia Fuà Fusinato) decide di pubblicarlo. Nel 1861 è già Italia, perciò cambia il titolo da “Confessioni d’un ottuagenario” a “Confessioni d’un italiano”.

 

Il 1861 è un cronotopo storico, un momento in cui cambia tutto, un limite dal quale non si torna indietro.

La profezia si è avverata e quindi non ha senso chiamare il romanzo “d’un ottuagenario” visto che risulterebbe troppo generico.

 

Questo è un romanzo che rappresenta i ragazzi tra i 17 e i 21 anni che si sono arruolati.

È un libro dell’intera generazione di quelli che hanno fatto le rivoluzioni.

È scritto da un giovane che è morto come loro.

 

Ci racconta la sua storia, la storia del suo (e nostro) Stato e come abbiamo fatto a diventare italiani.

 

Jessica Santarossa