Lezione del 2.03.2018

Lezione del 2.03.2018

di JESSICA SANTAROSSA -
Numero di risposte: 0

Lezione del 2.03.2018

 

“Confessioni di un italiano”, Ippolito Nievo:

 

Anche la confessione, come le memorie e il romanzo epistolare, è vicina alla memoria, all’autobiografia, però essa ha un significato che implica un modo di porsi del narratore nei confronti del lettore.

La confessione implica avere qualcosa sulla coscienza.

 

Es: un testo medievale, in prosa, con la parola “confessione", archetipo di tutte le nostre confessioni, è quella di sant’Agostino.

 

Sant’Agostino vive una vita simile a quella di Fra Cristoforo dei “Promessi Sposi”.

Egli è infatti uno che vive liberamente, che ha anche un figlio illegittimo. Poi, però, si convertirà alla confessione cattolica. Una delle espressioni della sua conversione sono infatti le “confessioni”.

 

La confessione indica sempre un cambiamento da parte del personaggio che commette una colpa, ovvero un’azione di cui si pentirà.

 

Un altro personaggio archetipico è infatti Fra Cristoforo (dopo aver ucciso un cavaliere si pentirà della sua azione e diventerà frate).

 

Un esempio di romanzo con la parola “confessione” nel titolo è:

“Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull” di Thomas Mann.

Esso è un romanzo incompiuto. Parla di viaggi, avventure. Può essere considerato romanzo d’avventura scandito però sempre da vicende sentimentali ed erotiche che ne fanno la sua formazione.

Esso è uno degli ultimi romanzi di Thomas Mann.

Il protagonista è un cameriere e decide di accordarsi col rampollo di una famiglia nobile tedesca per prendere il suo posto in un giro attorno al mondo.

Rispetto alle altre confessioni citate, qui non c’è una redenzione.

 

Carlino Altoviti è il protagonista delle “Confessioni” di Nievo.

Egli è vecchio e vuole raccontare la sua vita che sta a cavalcioni tra i due secoli (cioè tra la fine del 1700 fino al 1848, periodo maggiormente travagliato da rivoluzioni, sia in Europa che in Italia).

Egli ci vuole raccontare la sua storia perché è la storia di una “Bildung”, di una formazione.

Cosa vuol dire diventare da veneziano ad italiano?

Da individuo il protagonista diventa parte di una collettività, che è una collettività nazionale, che prima non esisteva. Prima l’identità stava nello spazio di Venezia ora invece sta nello spazio nazionale.

Si considera romanzo di una Bildung del personaggio perché inizia a raccontare dalla propria infanzia parlando di famiglia, persone che lo circondano, compagni di viaggio, moglie, maestre...

Oltre a questo racconta anche la Bildung nazionale, la formazione di un’idea di patria.

Il suo diventare uomo corrisponde alla sua consapevolezza di avere una patria secondo l’uguaglianza uomo=patria, ovvero che un uomo è un uomo, se ha una patria.

Ma se sta raccontando la sua Bildung e quella del Paese perché è una confessione?

Perché non scrive “memorie d’un italiano”?

Perché le memorie o l’autobiografia presuppongono un eroe positivo (talmente tanto che ha vissuto una vita esemplare e che può essere da exemplum per gli altri).

Infatti, l’obiettivo delle memorie e dell’autobiografia è quello di offrire un esempio, mentre

la confessione presuppone delle azioni che non siano proprio esemplari.

Di esemplare cosa c’è nella confessione?

Esemplare non è l’azione in sé, ma semmai il riconoscimento di una colpa.

 

Carolino Altoviti ci dice che ci racconta la sua vita non perché sia stata più eroica o significativa delle altre (come Lord Byron, Alfieri), ma perché la sua vita è un emblema, in quanto emblema della vita di molti altri.

Nella memorialistica c’è un io poetico che emerge, che si distingue dagli altri e dalla collettività, mentre nella confessione c’è un io poetico che si confonde con le colpe degli altri.

Lui ci dice che non dobbiamo aspettarci di sentire delle storie eccezionali compiute da un eroe, perché lui ci racconta i suoi errori. Tutti gli errori nei quali è in corso, in buona e cattiva fede per diventare l’uomo che è. Lui ci racconta infatti di quanto si possa sbagliare.

 

Possiamo inoltre dire che è un rappresentante dell’uomo medio, dell’italiano medio.

Egli infatti si innamora della donna sbagliata, sposa la donna sbagliata, i suoi figli fanno cose sbagliate, e lui combatte delle battaglie sbagliate.

La sua vita è esemplare nella sua mediocrità ed è la prima volta che questo viene raccontato.

La sua vita è esemplare nella misura in cui può essere la vita di chiunque.

 

Perché raccontare la sua vita diventa importante?
Come giustifica questo lavoro?

Lui lo scrive per le generazioni future, perché quelli che vengono dopo di lui imparino dai suoi errori, non dalle sue azioni.

E poi dice un’altra cosa:

La sua vicenda è esemplare come emblematica di una vicenda generazionale.

Lui non rappresenta solo se stesso ma tutti i giovani della sua generazione.

Lui rappresenta un popolo (non l’individuo) che da regionale è diventato nazionale.

Idea rivoluzionaria, mazziniana: una nazione è fatta da un popolo. La storia di una nazione è sempre la storia di un popolo intero, non di un individuo solo.

Quando si parlava di storia, essa era la storia di un individuo solo come Napoleone o Giulio Cesare.

Si prendeva in considerazione, infatti, sempre la biografia di un grande personaggio.

In questo caso cambia il soggetto della storia, che non è più un personaggio ma è un popolo.

 

Quella dell’Italia, in questo periodo, è una storia di battaglie, di guerre di indipendenza…

1848: la nostra prima guerra d’indipendenza combattuta da ragazzi volontari, combattuta a Palermo, a Milano, a Roma, Venezia, Torino…

Perdiamo su tutti i fronti. È una vera e propria carneficina. Si dice addio ad una vera e propria generazione. È una sequenza di fallimenti orribili. (Ciro Menotti infatti viene ucciso dai contadini a colpi di roncola: è un momento di crisi.)

I moti carbonari, infatti, sono stati tutti repressi, i patrioti hanno dovuto tutti esiliare e la prima guerra d’indipendenza, come già detto, è stata una carneficina.

 

Cosa salta fuori da tutti questi avvenimenti?

Il percorso che l’Italia deve fare per diventare una nazione è un percorso difficile fatto di sconfitte.

 

Come fa Nievo, però, a costruire una storia edificante su una serie di fallimenti, su una serie di battaglie perdute?

Dice che è una storia di sconfitte per le generazioni future.

È un percorso fatto tutti insieme, un percorso super individuale e super generazionale, che non riguarda solo quella generazione ma che verrà continuato dalle generazioni future.

 

 

All’interno delle “Confessioni” l’intelligenza di Nievo sta nell’usare modelli già elaborati come

 

-la memorialistica

-il romanzo d’avventura e di viaggio

-il romanzo cavalleresco

 

 e usarli per veicolare il proprio messaggio.

 

Perché mette insieme questi generi già consolidati per capovolgerne gli stereotipi?

Per raccontare una storia che è diversa da quelle raccontate in precedenza, e nella quale si devono riconoscere e proiettare tutte le persone. Si devono riconoscere tutti.

Assumere questi generi significa rispettare l’orizzonte d’attesa del lettore.

(Orizzonte d’attesa del lettore: se il genere è codificato da una specifica dinamica del personaggio da un preciso arco narrativo allora è qualcosa a cui il lettore è abituato e che si aspetta).

Lui non vuole scrivere un romanzo ma vuole scrivere un romanzo che sia accessibile a tutti, che tutti possano leggere, o quanto più persone possibili (sia in senso spaziale che sociale) ovvero:

tutte le persone italiane appartenenti a qualsiasi ceto sociale purché sappiano leggere.

Il romanzo nasce come espressione di una vocazione democratica della letteratura. Tutti devono poter leggere, tutti hanno una storia.

Nievo vuole parlare a tutti perché vuole che tutti si riconoscano nelle vicende di Carlino.

 

Nel romanzo si dice che alla fine gli italiani si assomigliano (anche se l’Italia non esiste ancora).

Infatti: i veneziani sono ladri come i napoletani e tirchi come i genovesi.

Non si parla di virtù comuni ma di difetti comuni.

Tra i personaggi sono rappresentati tutti i ceti sociali: nobiltà, borghesia, scrittori, intellettuali, preti, contadini…

Ogni categoria sociale: rappresentata attraverso un personaggio.

Non c’è una categoria sociale che emerge come positiva rispetto alle altre.

Ognuno ha in sé ha qualcosa da raccogliere e qualcosa da buttar via.

 

Nievo assume tutti i generi che già erano stati divulgati anche attraverso la letteratura europea e scrive il primo romanzo italiano.

Per non affaticare il lettore, per rispettarne l’orizzonte d’attesa e per veicolare meglio il proprio messaggio assume la forma dei generi già codificati ribaltandone gli stereotipi.

 

È un romanzo potentemente rivoluzionario; d’altro canto la storia della nostra nazione è una storia di rivoluzioni. Ci arriviamo, infatti, attraverso tre guerre d’indipendenza.

Per raccontare una rivoluzione non si può che adottare dei personaggi rivoluzionari che sono rivoluzionari in quanto diversi da tutto ciò che si era letto prima.

Resta all’interno dei generi tradizionali (storia d’amore, d’avventura…) ma al cui interno capovolge alcuni stereotipi.

Nievo pensa a Foscolo, a Byron, a quello che veniva prima di lui.

 

È un autore che pensa ad un pubblico italiano. Tuttavia nel 1858, quando scrive il romanzo, non c’è un pubblico italiano perché non c’è nemmeno l’Italia.

Scrive infatti un romanzo per creare quel pubblico che ancora non c’è.

Forse non c’è neanche un pubblico. Lui scrive un volume, un libro lungo. Chi lo andrebbe a comprare in quel periodo?

I libri non erano alla portata di tutti. Non era una priorità educarsi attraverso il romanzo.

Ci si educa attraverso le opere filosofiche, ideologiche, attraverso la poesia, ma il romanzo non è mai stato considerato uno strumento di educazione.

 

Carlino viaggia tutta l’Italia e racconta la realtà geografica e sociale che incontra (che in quel momento non esiste nella percezione geografica).

Nievo dice agli italiani che sono italiani. Dice che sono veneziani, calabresi, napoletani ma anche italiani. È un romanzo anche geografico.

Altoviti gira tutta l’Italia per raccontare ai Napoletani come sono i Calabresi ad esempio.

 

Nievo deve creare un pubblico ma anche una tradizione letteraria.

Se c’è un pubblico di lettori ci devono anche essere gli scrittori.

Se i lettori sono italiani anche gli scrittori devono esserlo.

Chi sono gli scrittori italiani? Lui li incontra. Nievo li trasforma da personaggi storici a personaggi fittizi. Carlino Altoviti incontra e parla con Alfieri, Byron, Parini, Foscolo...

Attraverso questi incontri di personaggi resi fittizi nella narrazione crea una tradizione letteraria italiana. Prima non esisteva.

Tutte le “Confessioni di un italiano” sono leggibili come il nostro primo manuale di storia letteraria italiana. Ci parla infatti degli autori italiani in quel periodo e dice che questa è la nostra storia letteraria. (Canone degli autori italiani).

 

Che cosa serve mettere insieme una tradizione letteraria?

Egli crea una cronologia, si rende conto di chi siano i padri e chi i figli (in senso generazionale).

Inoltre crea, dicendo di aver letto determinati libri, una bibliografia di riferimento.

Si trova a parlare in una panchina con Parini e Alfieri.

 

Non inventa solo il senso della storia ma inventa anche il senso della geografia italiana. (Alcuni autori, infatti, erano conosciuti solo in alcune località).

 

Prende degli episodi de “I Promessi sposi” e li capovolge, ne fa la parodia.

Gertrude: monacazione forzata. Viene obbligata ad entrare in convento. Geltrude ha un fratello, lui eredita tutto. Lei non può sposarsi perché se si sposa le devono dare la dote e suo padre non vuole perché deve rimanere tutto al figlio maschio. (Nelle famiglie nobili era importante che l’intero patrimonio non si smembrasse. Importanza del casato data dall’estensione e dalla ricchezza della proprietà immobiliare).

Per fare in modo che non si smembrasse era stata codificata la legge del maggiorascato: tutta la proprietà doveva essere data al figlio maschio primogenito.

Il secondo: cadetto, destinato alla carriera militare. Non aveva beni immobili. Gli si garantiva, però, una carriera militare (o all’interno della chiesa).

Ragazze: soldi, dote, biancheria, argenteria oppure carriera monacale all’interno della chiesa.

Tutto questo per garantire la nomea del casato.

 

Passo da "Fermo e Lucia” (1827)

La storia di Gertrude prende quasi tutto il romanzo. Vicenda maggiore. È lei il personaggio principale della storia.

“Ci ripudia chiamarlo padre”. Manzoni sta sensibilizzando l’opinione pubblica sulla struttura della famiglia. Si rende conto che queste cose non vanno bene, bisogna cambiare il diritto di famiglia. Ogni individuo dovrebbe avere il diritto di scegliere il proprio destino.

Madre: no voce in capitolo sul destino dei figli.

Volontà del figlio: illegale. Sceglieva il padre per lui.

 

Nievo, “Le confessioni di un italiano”, parodia di Manzoni:

Castello. Conti di Fratta. Carlino Altoviti: illegittimo. Non appartiene alla nobiltà. Non è un nobile, non è un conte ma viene accolto dai nobili. Egli vive tra la cucina con i servi e la soffitta.

Tutto ciò consente di avere uno sguardo straniato e dunque critico nei confronti della nobiltà. Nievo libera il personaggio e lo mette nelle condizioni di poter fare esperienze.

Carlino è un orfano come ce ne saranno, da qui in poi, molti altri in letteratura.

Perché? Perché ciò gli consente di farsi un destino. Non è dentro le griglie sociali.

Conversazione sul destino tra i due conti (uguale situazione narrata ne “I Promessi sposi”) che si confrontano sul destino di Orlando, il loro rampollo e che il padre vorrebbe destinato ad una vita da condottiero. Orlando non ne vuole sapere e dice di voler cantar messa. Ribalta l’archetipo manzoniano.

Polli e capponi (ottica ironica).

Archetipo della monacazione ripreso. Parodia di Gertrude.

Oltre alla parodia cosa dice?

L’eroismo non sta nella nascita. Si può essere figlio di conti e non essere un eroe, anzi star benissimo intanato con la testa tra le vesti della mamma come un “fagiano”.

L’eroismo non ha niente a che fare con la nascita. Eroi si diventa, non si nasce.

 

Nievo prende lo stesso contenitore, la stessa storia de “I Promessi sposi” che a quell’altezza è talmente tanto divulgata che spesso non si conosce nemmeno l’autore.

Quasi chiunque, infatti, lo ha letto. È un libro quasi di famiglia, divulgato, illustrato.

Sanno chi siano Renzo, Lucia e gli altri protagonisti ma non sanno chi sia Manzoni.

Nievo se ne serve per veicolare il proprio messaggio, e non attraverso una prosa aulica, importante, ma molto ironica che ha spesso un registro umoristico.

Esso serve a mettere a proprio agio il lettore. Nievo sa che il lettore deve divertirsi se no non leggerà.

 

Vocazione democratica del romanzo:

perché Manzoni che è già celebre come commediografo e come poeta sceglie di scrivere un romanzo che è il genere più abbietto?

Egli ne scriverà solo uno infatti, e non avrà nessuna intenzione di diventare un autore di romanzi. Manzoni lo sceglie come genere perché è di più ampia diffusione e il messaggio deve arrivare a quante più persone possibile.

Esso parla della società, come l’individuo vive in essa, quali sono i suoi problemi e quale ricaduta ha la storia nella vita di un individuo.

 

Come prima cosa quando Manzoni scrive i “Promessi sposi” c’è un problema linguistico.

Non c’è l’Italia. Bisogna scrivere in una lingua che sia comprensibile, che possano leggere un po’ tutti.

Deve aggiornare la lingua in quanto l’italiano di Dante e Petrarca ha un vocabolario che non arriva a tutti e inoltre il linguaggio utilizzato per scrivere un romanzo è diverso.

La lingua del romanzo dev’essere sia evocativa come quella della poesia, che descrittiva. (Quella della lirica non è descrittiva).

Il problema linguistico lo porta a scrivere tante edizioni, almeno tre.

 

Un altro problema è la storia.

Si toccano i massimi e i minimi sistemi: quelli del bene e del male, del destino favorevole e di quello sfavorevole, l’umile e l’arrogante, la giustizia e l’ingiustizia…

Si devono inserire all’interno del romanzo dei personaggi che devono essere come vettori per i lettori.

Cos’è un vettore narrativo?

1.Vettore narrativo: ci consente di seguire una storia identificandoci con qualcuno.

2. Espediente euristico: è un espediente narrativo che si adopera. (Euristico deriva da “euresi”: scoprire). All’interno di un romanzo, di un film c’è un evento che scopre il personaggio, la vera natura di esso.

È la situazione di fronte alla quale il personaggio si trova. In base al suo comportamento in questa situazione, capiamo se il personaggio è buono o cattivo.

 

Jessica Santarossa