Lezione del 9.03.2018

Lezione del 9.03.2018

di JESSICA SANTAROSSA -
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Lezione del 9.03.2018

 

Andrea Sperelli: non è d’Annunzio

Zeno Cosini: non è Svevo

Bisogna fare attenzione a distinguere il piano biografico dell’autore e il piano dell’invenzione autobiografica.

Nella letteratura del ‘900 i personaggi sono quasi sempre proiezione di un alter ego. Questo non vuol dire, però, che bisogna identificare il personaggio con l’autore.

Molto spesso quando i protagonisti di un romanzo sono più di uno, l’autore proietta una parte di sé in ciascuno di essi.

Il nostro io: ha diverse rifrazioni. Più evolve questa consapevolezza e maggiore diventa il numero di personaggi che rispondono ad una proiezione di una parte del sé.

“I vecchi e i giovani” di Pirandello:

i protagonisti in questo romanzo sono tre fratelli. Ognuno di essi è una proiezione di una parte dell’autore.

“Il fu Mattia Pascal”: non è solo Mattia Pascal a rispondere alla proiezione di un alter ego di Pirandello ma anche molti altri personaggi. Essi danno un messaggio che appartiene alla coscienza dell’autore.

Bisogna fare attenzione però: l’alter ego è una cosa, l’identificazione è un’altra.

 

Svevo riesce a creare il lettore onnisciente (fa in modo che il lettore sappia del personaggio più di quanto il personaggio sappia di se stesso). L’autore ci mette nelle condizioni di giudicarlo.

Non si riesce ad essere complici di Zeno Cosini. L’autore, infatti, non vuol fare in modo che il lettore si proietti, ma che lo veda da fuori.

Egli ci dà strumenti di lettura, ci mette in una posizione di straniamento emotivo rispetto alla sua vicenda.

Svevo pubblica troppo presto, infatti il lettore rimane sorpreso da questo personaggio.

Zeno è un piccolo borghese, è un personaggio mediocre e anche la sua coscienza lo è.

Si usa l’espediente della confessione al suo psicoterapeuta. Quest’ultimo è il lettore.

(Lettore che si proietta nel personaggio, ma nelle condizioni del medico che raccoglie le confessioni di un malato).

Il fine della confessione: individuazione di una malattia morale. (Nevrosi) 

Nel romanzo, sul piano delle azioni, non succede praticamente nulla. Non c’è un inizio vero e proprio e nemmeno una fine.

La vera vicenda si svolge sul piano dei pensieri (senza risolverli in una sequenzialità coerente, ma lasciandoli aperti nelle loro ambiguità).

Zeno non ha dei desideri chiari e perseguibili come tali. Essi sono messi in discussione e in contraddizione con se stessi. Il destino è affidato a delle circostanze esterne. (Sbaglia il funerale).

In realtà, però, è lo strato della coscienza più profonda che induce a fare delle cose di cui non si è consapevoli. Zeno, quindi, non voleva andare a quel funerale.

 

Andrea Sperelli può essere considerato alter-ego di D’Annunzio.

Egli non è un personaggio super-omistico. È tutto fuorché un super uomo. È un fallito.

Il giudizio del narratore su Andrea Sperelli è molto negativo.

 

Guido Piovene: “Lettere di una novizia”.

Protagonista: Margherita Passi: bipolare, proiezione della cattiva coscienza dell’autore.

Gli altri romanzi di Guido Piovene sono costruiti su un personaggio che è la voce narrante e che non identifichiamo mai. (fuorché M. Passi)

La narrazione è condotta tutta dentro la dimensione della coscienza della voce narrante, dell’evocazione dei suoi fantasmi attraverso il rapporto con i genitori, con gli altri e con il mondo.

Il narratore è molto singolare e il protagonista non cambia mai, perché non esiste. Egli è pura coscienza, è pura voce narrante. Non ha un nome e un cognome.

Si arriva, infatti, al dissolvimento del rapporto di distanza tra voce narrante e personaggio.

La voce narrante dà senso alle cose vissute.

(Narrare: mettere in ordine, dare senso, costruire un senso).

Anni ’60: il narratore rifiuta di essere colui che dà senso, ma diventa lui che registra la totale insensatezza delle cose.

 

 

Rapporto tra storia e memoria

 

Memoria:

 

-collettiva

-individuale

 

Il romanzo storico è un genere narrativo che nasce per raccontare le biografie di grandi uomini (romanzate).

Esso nasce sull’archetipo del grande uomo, del grande eroe di cui le gesta sono esemplari.

Come ci diceva Croce attraverso queste gesta acquisiamo il senso del sacrificio, della bellezza della libertà ecc.

 

“Le confessioni d’un italiano” e “I promessi sposi” possono essere considerati romanzi storici?

 

“Le confessioni d’un italiano”:

può essere considerato un romanzo storico perché:

-c’è un contesto storico reale, basato su eventi reali nel quale operano dei personaggi fittizi. 

non può essere considerato un romanzo storico perché:

-un romanzo storico tratta gesta esemplari ma qui non ce ne sono.

-dice “morirò italiano”

Esso è il primo romanzo contemporaneo della nostra storia letteraria.

Parla di uomini, ed è rivolto a uomini contemporanei all’autore.

Nel 1856 non veniva percepito come romanzo storico (per il lettore di quel tempo narrava la storia contemporanea). Invece per noi lo è.

È il primo romanzo contemporaneo che però si avvale di alcuni elementi del romanzo storico.

 

Come si fanno a giustificare queste guerre e queste sconfitte?

Esse servono per dare una prospettiva futura costruttiva. Si crea un progresso della storia.

 

Come fa il narratore a regredire a un tempo storico che non gli appartiene biograficamente (perché lo precede)?

Il narratore lo fa attraverso gli espedienti narrativi. Essi sono ad esempio:

-quello del manoscritto ritrovato: Manzoni, “I promessi sposi”

-quello del racconto generazionale: Nievo, “Le confessioni d’un italiano”.

In questo tipo di racconto si narrano le storie di famiglia.

È un passaggio generazionale nel contesto di quello che Spinazzola chiama il “super personaggio familiare”.

“Le confessioni d’un italiano” è una storia di famiglia.

È vero che Carlino Altoviti è orfano, ma in realtà ad un certo punto del racconto il padre viene ritrovato. La madre, invece, lascia un carteggio prima di morire raccontando la sua vita.

In aggiunta, Altoviti racconterà la storia della famiglia dei conti di Fratta.

Questo romanzo però non è solo un romanzo storico, d’avventura, contemporaneo, ma anche pedagogico e di formazione. È molte cose insieme.

 

“I promessi sposi”:

Manzoni vuole scrivere qualcosa che abbia a che fare con la società che ha intorno. Vuole sensibilizzare l’opinione pubblica su grandi questioni (come l’istituzione della famiglia, lo studio delle scienze, la morale...)

Il romanzo ha una tematica contemporanea, ma Manzoni finge che la vicenda sia ambientata nel 1600. È pura finzione narrativa (anche nei confronti del suo lettore contemporaneo).

In questo caso non è un romanzo storico solo per noi.

Manzoni vuole rivolgersi al suo pubblico porgendogli un romanzo storico. Nievo no.

Perché Manzoni adotta lo stratagemma del reperimento del manoscritto? 

In realtà, egli non ne avrebbe nessun bisogno. Infatti il paratesto lo aggiunge solo nell’ultima edizione. Infatti se leggessimo il romanzo senza di esso, la vicenda si leggerebbe benissimo ugualmente.

La vicenda di Renzo e Lucia non è per forza databile due secoli prima.

Allora perché la contestualizza due secoli prima?

Perché la storia ha uno statuto di veridicità oggettivamente riconosciuto. Essa contiene una verità già divulgata, e quindi accettata come tale (che il lettore non deve più legittimare).

Manzoni sta inventando un genere. Ci ha lavorato tutta la vita e si è economicamente rovinato. (Non c’era ancora un pubblico, infatti nessuno aveva i soldi per comprarlo).

Non essendoci ancora il genere, vuol dire che non ha ancora uno statuto artistico riconoscibile.

Non ha nessuna autorialità. Non ha nemmeno una tradizione. 

L’unica cosa che esiste è la storia e ne fa il punto di partenza.

 

Due citazioni:

 

-Walter Benjamin (filosofo) tratta da “Angelus Novus

“La storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto ma quello pieno di attualità.”

 

-Marc Bloch (storico) tratta da “Apologia della storia

“Ogni volta che le nostre anguste società, in continua crisi di crescenza prendono a dubitare di se stesse, esse si domandano se abbiano avuto ragione di interrogare il loro passato, oppure se l’abbiano interrogato bene”.

 

Queste due citazioni sono una speculare all’altra.

La storia come dice Benjamin è sempre una costruzione, non esiste di per sé.

È una costruzione che è sempre suscettibile di una lettura piena di attualità.

È l’attualità che ci induce a interrogare il nostro passato e quando la nostra società entra in crisi, ci si chiede se il passato sia stato interrogato o meno.

Questo mette in crisi lo statuto di oggettività della storia perché anche la storia è una narrazione, ed è una narrazione che risente dell’attualità.

L’attualità dà nuovi strumenti di interrogazione della storia e pone nuovi quesiti e nuovi dubbi.

La storia è sempre la risposta ad un’interrogazione.

 

Es:

 

Antonio Gibelli: storico della prima guerra mondiale.

Sulle orme di un altro storico inglese torna a studiare la prima guerra mondiale usando degli strumenti diversi.

Invece di ricostruirla attraverso i dispacci, i movimenti degli eserciti, le battaglie ecc. lo fa attraverso lo studio delle lettere che i soldati scrivevano dal fronte. (Corrispondenza privata).

Di solito per studiare la storia si ricorre sempre a documenti ufficiali, mentre Gibelli, in questo caso, ricorre ai diari, alle lettere, ai referti medici psichiatri.

La storia studiata attraverso i documenti ufficiali è completamente diversa rispetto a quella studiata da documenti privati.

 

Marc Bloch dice che ogni volta che le nostre società sono in crisi di crescenza si rivolgono ad interrogare la storia. (È come se si chiedessero dove hanno sbagliato). 

 

Manzoni ricostruisce la storia a partire dai problemi del suo presente e interrogando il passato.

Egli inventa il romanzo come genere di interrogazione della storia.

 

Ritorniamo alla memoria:

se la storia è una costruzione, essa è fatta attraverso la prova documentale, ed è proprio per questo che è suscettibile ad una narrazione diversa rispetto a quella della memoria.

 

Ricoeur: studioso francese che si occupa della memoria collettiva e del rapporto tra memoria e storia.

Egli dice che la costruzione della relazione tra storia, memoria e oblio viene fatta attraverso un’irriducibile tensione tra memoria individuale e collettiva. 

“Non solo la storia ingloba un orizzonte del passato più vasto di quello conservabile nella memoria, ma può anche istituire dei confronti che rischiano di relativizzare l’unicità e il carattere incomparabile delle memorie.”

“La storia è un progetto consapevole di ricostruzione e analisi sistematica del passato e non può fare a meno di confrontarsi con il problema della prova documentale. La memoria invece non conserva necessariamente immagini puntuali e rigorosamente fedeli del tempo trascorso, ma una dimensione investita di senso che ancora vive per il singolo o per il gruppo di persone che la trattiene.”

 

La memoria ha un investimento emotivo di cui la storia è priva.

Il racconto della memoria non ha un’intelligenza postuma, non è oggettiva, non è scientifica, implica un coinvolgimento.

La storia e la memoria possono raccontare lo stesso evento ma da prospettive diverse:

la storia non conserva i valori e l’emotività della memoria, mentre la memoria non ha l’oggettività e la scientificità della storia.

 

Jessica Santarossa