15.03.2018
“I malavoglia”
“Sì, c’erano anche dei siciliani; ce n’erano di tutti i paesi. Del resto, sapete, quando suona la generale nelle batterie, non si sente più né scia né vossia, e le carabine le fanno parlar tutti allo stesso modo. Bravi giovanotti tutti! E con del fegato sotto la camicia. Sentito, quando si è visto quello che hanno veduto questi occhi, e come ci stavano quei ragazzi a fare il loro dovere, per la Madonna! questo capello qui lo si può portare sull’orecchio.”
“L'altro giovanotto poi raccontò pure in qual modo era saltata in aria la Palestro, - la quale ardeva come una catasta di legna, quando ci passò vicino, e le fiamme salivano alte sino alla penna di trinchetto. Tutti al loro posto però, quei ragazzi, nelle batterie o sul bastingaggio. Il nostro comandante domandò se avevano bisogno di nulla.”
Questa è la narrazione che fanno due giovani sopravvissuti alla battaglia di Lissa.
Essi sono due coetanei di Luca (anch’egli mandato a combattere).
Quando questi due portano la notizia dell’affondamento delle due corazzate (La re d’Italia e la Palestro) si sta festeggiando il fidanzamento di Mena (sorella di ‘Ntoni e Luca).
Il primogenito a questo punto della narrazione è già partito per la leva obbligatoria.
L’anno di inizio della vicenda è il 1863.
Quando arriva la lettera della leva obbligatoria inizia la catastrofe dei Malavoglia.
In questo romanzo Verga rappresenta l’incursione della storia nel tempo mitico e leggendario metastorico della famiglia protagonista.
‘Ntoni va a Napoli e questo avrà una svolta importante nella vita dei Malavoglia perché quando egli conosce il mondo fuori da Aci Trezza, esso ha su di lui un impatto corruttore, tanto che quando torna non riesce più ad accettare il proprio stato.
Andare fuori casa non è importante solo perché ‘Ntoni viene traviato, ma perché da qui inizia il plot. La partenza del primogenito, infatti, è una sciagura per la famiglia, ed è proprio per cercare di adeguarsi ai tempi che Padron ‘Ntoni decide di lanciarsi nel commercio, con esiti però fallimentari.
La famiglia dei Malavoglia non ha, però, notizie di Luca da un po’ di tempo e, infatti, la madre (La Longa) e ‘Ntoni vanno a Catania a cercare sue notizie. Essi scoprono che è morto. Dalla sua morte alla notizia che ne abbiamo sono passati 40 giorni.
Verga sceglie di omettere la descrizione della morte di Luca. Noi, come La Longa, riusciamo solo ad immaginare la sua morte. L’autore crea un vuoto narrativo (reticenza: uno dei caratteri di Verga) riempito dagli incubi della madre.
La reticenza per Verga è una forma di messa in enfasi, una forma di pudore. Non ci sono parole, infatti, per descrivere questa tragedia. Possiamo solo immaginarla. La ricostruiamo attraverso la nostra emotività. Ciascun lettore riempie la propria esperienza di perdita e di lutto.
La morte di Luca viene ricostruita a posteriori da due testimoni indiretti:
-uno è l’ufficiale che notifica alla famiglia freddamente la morte di Luca. Testimone anonimo.
-Gli altri testimoni, che sono entrambi indiretti, sono i due soldati sopravvissuti.
Essi non parlano della morte di Luca ma del coraggio dei ragazzi morti nelle battaglie. La narrazione che ne fanno di questi ragazzi è eroica.
Luca: nasce come un eroe, è la figura eroica ed incorrotta dei Malavoglia.
Egli diventa la figura del sacrificio (perché si sacrifica per la patria), dell’eroismo, della storia e del riscatto (di una famiglia di pescatori in un luogo sconosciuto a chiunque e che diventa il centro della storia nazionale)
La morte di Luca ci viene raccontata attraverso la morte di tutti i suoi compagni d’arme.
Luca non è solo Luca, sono tutti i soldati morti a Lissa. La morte di Luca diventa una morte emblematica che incrocia la linea dell’orizzonte storico e nazionale. Questo incrocio gli conferisce un risvolto etico, poiché si inserisce in una dimensione collettiva.
La storia, ci dice Verga, è stata fatta da tutti i ragazzi morti senza nome che venivano da paesi di cui non sapremmo mai niente.
Il rapporto tra storia e narrazione, rispetto a quello manzoniano è capovolto.
La storia: Lissa, con tutta la sua tragedia. Ma la narrazione che Verga fa di quella battaglia non è una narrazione storica o testimoniale e memorialistica, ma una narrazione epica. È l’epos dei martiri italiani.
Quali sono i testimoni di questa narrazione? Non i generali, i politici o gli storici ma due ragazzi, due marinai, forse analfabeti. A fare la storia di Lissa non sono i generali. La vera storia risiede nei soldati semplici, è una storia dal basso.
La storia nazionale di un affondamento a Lissa ha una ricaduta immediata sulla famiglia di ‘Ntoni e dei pescatori di Aci Trezza. La narrazione non viene raccontata dalla prospettiva di Lissa, ma dalla prospettiva postuma di chi ci ha perso un figlio.
Essa, infatti, non viene raccontata attraverso un documento storico ma attraverso la memoria di famiglia.
Lissa e Custoza: una vergogna, un lutto nazionale. Esse vengono rimosse dalla storiografia patriottica ufficiale.
Padron ‘Ntoni dice che Luca, contrariamente al fratello che scriveva alla famiglia mentre era a Napoli per soldi, non scriverà per danari:
“Questo qui non scriverà per danari, quando sarà laggiù, pensava il vecchio; e se Dio gli dà giorni lunghi, la tira su un’altra volta la cosa del nespolo” (È luca che dovrebbe fare il riscatto della famiglia) “ma Dio non gliene diede giorni lunghi, appunto perché era fatto di quella pasta; - e quando giunse più tardi la notizia che era morto, alla Longa le rimase quella spina che l’aveva lasciato partire colla pioggia, e non l’aveva accompagnato alla stazione.”
La narrazione de “I Malavoglia” è tutta focalizzata. Non c’è un narratore onnisciente. È tutta focalizzazione interna.
La narrazione è sempre mimetica e il tempo della storia coincide sempre con il tempo della fabula.
Questa citazione precede la notizia della morte e l’arrivo dei due ragazzi.
Come viene raccontata la morte tragica ed eroica di Luca? Attraverso:
-la prolessi del narratore
-la cronaca dell’ufficiale che legge un registro
-il ricordo e la testimonianza dei due soldati sopravvissuti
-l’epos (ricostruito attraverso l’immagine, il ricordo e l’affetto della Longa)
-la storia
Verga riesce a mettere dentro tutti questi punti in poche frasi.
L’autore parla alle persone che ancora stavano assorbendo il lutto. La tragedia era recente e aveva coinvolto tutti.
Nel farlo costruisce una contro-storia, una versione diversa della stessa storia perché raccontata da una prospettiva diversa.
Dove sta la diversità della prospettiva?
La prospettiva si ribalta attraverso il fatto che a raccontare questa storia sono i testimoni non ufficiali. Essi sono testimoni muti, non hanno voce da un punto di vista storico.
I soldati non possono raccontare, sono analfabeti. Per questo motivo Verga ricorre all’espediente della testimonianza. Non sono loro che possono scrivere, che possono raccontare, non sono le loro memorie che possono restare.
Il racconto è prolettico e analettico. La analessi e la prolessi, infatti, incorniciano il racconto della battaglia di Lissa.
L’eroe è quel personaggio che noi identifichiamo con il suo destino.
L’eroe è eroe nella misura in cui è consapevole del proprio destino e lo accetta senza cercare di cambiarlo o di evitarlo.
Il vero eroe della storia: un ragazzo di 17 anni, analfabeta, che viene da Aci Trezza.
La storia, per gli abitanti di Aci Trezza, è una dimensione lontana dalla loro vita, dalla loro dimensione esistenziale.
Il fatto che Luca diventi figura di storia fa in modo che la storia acquisisca per queste persone l’immanenza tragica della morte individuale. La dimensione storica diventa immanente, tocca la vita di tutti gli uomini.
Luca fa il proprio dovere. Va in guerra perché lo mandano. Lui non sa nemmeno cosa sia l’Italia, sa solo che deve fare il soldato e lo fa. Verga ci dice che è questo il vero eroismo.
Egli si fa carico di riscattare poeticamente l’eroismo silenzioso e senza storia dei soldati.
Persano: ammiraglio responsabile dell’affondamento delle nostre navi.
Riconosciuto colpevole di reati di negligenza, imperizia e disobbedienza agli ordini ricevuti. Condannato alla pena della dimissione e alla perdita del grado dell’ammiraglio. Scacco morale.
Così scrive C. Cattaneo nell’ottobre 1866.
“Ormai nella memoria della nazione e delle nazioni e nella coscienza del soldato, Custoza e Lissa sono parti di un solo reato.”
“Nessuno ha ormai forza di sciogliere quel nodo. Il senato è giudice unico e supremo dei colpevoli.”
“Lissa è il tardo e inutile strascico di una guerra morta”
Lissa e Custoza diventano un tracollo morale nella percezione degli italiani in quel momento.
Non è questione di vincere o perdere, ma noi perdiamo con disonore.
Di questa parte della storia se ne parla poco e male. L’episodio deprime il morale e l’onore della nazione.
P. Villari, articolo
del 1866 sul “Politecnico”: “Di chi è la colpa?”
Egli dice che coloro che compongono l’esercito sono italiani che hanno circa 19 anni.
Inoltre aggiunge “Potete suppore che il pescatore, il quale non si è mai allontanato dalle rive del suo paese, riesca a manovrare una nave corazzata? (…) Potete supporre che il pecoraio ignorante riuscirà nell’esercito?”
Egli insinua che se perdiamo le guerre è perché l’esercito è fatto di queste persone.
Verga gli risponde dicendogli che il pescatore e il pecoraio ignorante sono dei buoni soldati, anche se non sanno leggere e scrivere. A volte più ignoranti si è e più eroici si è.
Essi hanno fatto il loro dovere con il senso dell’onore, quello che i comandanti non hanno avuto.
Il mandato che si dà lo scrittore è quello di riscattare gli umili della storia.
“Nel Paese era un gran squallore e per le strade non si vedevano nemmeno le galline”.
La ruina di Lissa ha una ricaduta non solo in termini nazionali, ma in termini della vita del paese, toccato da un’epidemia di colera scoppiata al termine del conflitto.
In seguito alle battaglie, la pressione fiscale aumenta per far fronte ai debiti di guerra, provocando epidemie e colera (anche la mamma di Luca morirà di colera). Lissa si porta via il figlio e la madre.
Per Verga c’è una strettissima relazione tra la storia della nazione e la vita di una famiglia.
Verga è profondamente patriota e unitarista.
La memoria è costruita in funzione dell’epos, cioè della storia nazionale.
Per questo motivo Verga fa di Luca un eroe e della sconfitta della battaglia di Lissa fa, al contrario di come l’aveva letta la storia, la vicenda edificante, eroica, sulla quale si costruisce la memoria della nazione.
Crea una prospettiva e una lettura postuma alternativa a Lissa.
Con Luca commemora tutti i suoi morti (contadini ignoranti e pescatori, ma questo non li rende meno eroici dei comandanti).
Rispetto a Villari, Verga sposta la responsabilità della sconfitta dai soldati all’istituzione.
Quello che egli vuole denunciare è l’inadeguatezza del governo e della classe dirigente.
Egli denuncia, inoltre, la mancata mediazione tra il popolo e le istituzioni.
Discorso drammatico di Verga:
egli parla della fiumana del progresso e delle sue vittime.
Il progresso può essere o positivo o negativo, dipende da come lo si sa mediare, ma qui c’è la responsabilità di una classe dirigente.
In un determinato tipo di società, fondata sul latifondo, con un determinato tipo di consuetudine, il progresso che irrompe con i dazzi, con la leva obbligatoria, con le tasse, crea solo malaria e pellagra.
“Padron ’Ntoni sapeva anche certi motti e proverbi che aveva sentito dagli antichi. Ecco perché la casa del nespolo prosperava, e padron ’Ntoni passava per testa quadra, al punto che a Trezza l’avrebbero fatto consigliere comunale, se don Silvestro, il segretario, il quale la sapeva lunga, non avesse predicato che era un codino marcio, un reazionario di quelli che proteggono i Borboni, e che cospirava pel ritorno di Franceschello, onde poter spadroneggiare nel villaggio, come spadroneggiava in casa propria. Padron ’Ntoni invece non lo conosceva neanche di vista Franceschello, e badava agli affari suoi, e soleva dire: «Chi ha carico di casa non può dormire quando vuole» perché «chi comanda ha da dar conto».
Nel dicembre 1863, ’Ntoni, il maggiore dei nipoti, era stato chiamato per la leva di mare. Padron ’Ntoni allora era corso dai pezzi grossi del paese, che son quelli che possono aiutarci. Ma don Giammaria, il vicario, gli avea risposto che gli stava bene, e questo era il frutto di quella rivoluzione di satanasso che avevano fatto collo sciorinare il fazzoletto tricolore dal campanile. Invece don Franco lo speziale si metteva a ridere fra i peli della barbona, e gli giurava fregandosi le mani che se arrivavano a mettere assieme un po’ di repubblica, tutti quelli della leva e delle tasse li avrebbero presi a calci nel sedere, ché soldati non ce ne sarebbero stati più, e invece tutti sarebbero andati alla guerra, se bisognava. Allora padron ’Ntoni lo pregava e lo strapregava per l’amor di Dio di fargliela presto la repubblica, prima che suo nipote ’Ntoni andasse soldato, come se don Franco ce l’avesse in tasca; tanto che lo speziale finì coll’andare in collera. Allora don Silvestro il segretario si smascellava dalle risa a quei discorsi, e finalmente disse lui che con un certo gruzzoletto fatto scivolare in tasca a tale e tal altra persona che sapeva lui, avrebbero saputo trovare a suo nipote un difetto da riformarlo.”
“Chi comanda ha da dar conto”: etica di padron N’toni (sa governar perché sa i proverbi degli antichi).
Nel dicembre 1863: viene rotta la dimensione dell’antichità.
Pezzi grossi del paese: classe dirigente. Padron ‘Ntoni va a chiedere aiuto perché gli portano via il primogenito.
Per Verga la classe dirigente non sa mediare con il popolo. Essa non si fa carico di nulla e demanda la propria responsabilità.
Jessica Santarossa