LEZIONE 4 MAGGIO 2018
Cesare Pavese (1908) era praticamente coetaneo di Elsa Morante (1912) e morì suicida nel 1950. Fu definito da Italo Calvino un “… modo di essere tragico”. Pavese appartiene a una stagione della cultura, il 1930, dove si voleva integrare l’esperienza esistenziale con l’etica della Storia (etica = il fare e la riflessione sul fare), nasce poeta non narratore e vuole esser letto come si leggono i grandi tragici, per lui l’essere tragicamente ha a che fare con la consapevolezza del proprio destino al quale non ci si può sottrarre.
In Prima che il gallo canti ci sono due romanzi brevi Il carcere e La casa in collina. Entrambi hanno a che fare con la prigione, vengono pubblicati insieme perché il personaggio protagonosta è praticamente lo stesso ma nel primo l’emarginazione a Stefano è imposta mentre nel secondo è lo stesso Corrado a sceglierla. Hanno a che fare con la memoria: nel primo emerge l’esperienza fatta dallo stesso Pavese, mandato al confino perché la rivista per la quale scriveva venne considerata eversiva dalla censura fascista. Il confino è un carcere invisibile che corrisponde all’emarginazione dalla vita e dalla società, è un carcere interiore. L’autore all’inizio voleva esprimere la propria esperienza con dei versi, poi sceglie il genere della narrazione perché capisce che il linguaggio lirico è inadeguato alla descrizione del confino. Il racconto preparatorio è in prima persona che poi volge in terza persona perché ha bisogno di distanziarsi dalla vicenda. Ne Il carcere la guerra resta un “non detto” ma sappiamo che quel confino è causato proprio dalla guerra. Ne La casa in collina, raccontato in prima persona, la guerra è vista da lontano, attraverso le parole di soldati e partigiani, il protagonista decide di non partecipare agli eventi e si mette spontaneamente nel “confino” della sua casa. Il narratore costruisce un personaggio che non chiede la nostra simpatia, la sua scelta diventerà scelta solo alla fine, la collina sarà emblema di fuga, di emarginazione, di finta resa. Pubblicati insieme si danno a vicenda la chiave di lettura psicologica del personaggio. Pavese subisce l’influenza dei narratori americani, li traduce, riconosce la cultura americana e le dà una legittimazione quando in Italia non se ne conosce nemmeno l’esistenza. Nel nostro Paese è il periodo di rielaborazione della memoria e riprendono a uscire romanzi di questo tipo. Nel 1948 termina La casa in collina e pubblica Prima che il gallo canti; è il momento più alto del nostro neorealismo con lo sguardo impegnato a deninciare la realtà (al cinema Ladri di biciclette di Vittorio De Sica e La terra trema di Luchino Visconti dove una voce fuori campo, che parla un italiano medio, presenta una storia di pescatori siciliani che parlano siciliano stretto con sottotitoli in italiano).
Il carcere viene accolto freddamente dalla critica perché percepito come un rifiuto alla comunione d’intenti della classe intellettuale del momento. All’inizio la descrizione del paesaggio viene influenzata dallo stato psicologico di Stefano, il protaginista. La sua emarginazione intellettuale e sociale e di confino esistenziale è condivisa con un altro ragazzo che fa il finanziere e con tutti coloro che lì vivono e lì devono rimanere. Alla fine Stefano è il più libero di tutti perché per lui è solo una “sospensione del tempo”. Molta narrativa ha a che fare con una spaccatura del tempo cronologico e in molti esempi la sua immobilità si sostituisce al tempo della coscienza. Le caratteristiche di questo romanzo: è vicino a L’isola di Arturo della Morante per la sua chiave naturalistica e simbilista, ritmo sincopato dal punto di vista sintattico, influenza degli autori americani, alto tasso di liricità. C’è una costante allusività con riferimenti continui a qualcosa che sembra già detta, è una storia che non racconta ma tace, non ci sono notizie biografiche del personaggio, l’importante è il suo stato di clausura interiore e il suo senso di claustrofobia condizionati da un destino dal quale non può evadere. La vicenda si snoda con lo spostamento continuo di Stefano da un luogo all’altro del paesino (casa, mare, osteria) alla ricerca di un luogo interiore che non esiste, i concetti vengono evocati ma non espressi in un momento (1948) in cui il linguaggio era altamente descrittivo e mai allusivo. E’ un romanzo di memorie ma non c’è un solo dato per la ricostruzione del contesto o per la ricostruzione della storia, Pavese sceglie il tempo imperfetto che è quello delle favole, tono interlocutorio che parla direttamente al lettore.
Lettura dell’introduzione dei Italo Calvino.
Enrica Birsa