LEZIONE 9 MAGGIO 2018

LEZIONE 9 MAGGIO 2018

by ENRICA BIRSA -
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Il titolo Prima che il gallo canti non è stato scelto dall’editore ma da Pavese stesso ed è una citazione evangelica, la profezia da parte di Gesù sulla negazione di Pietro. Ma Gesù, pienamente consapevole del suo destino, profetizza anche il tradimento di Giuda, figura di intellettuale, unico che sa leggere e scrivere fra pescatori analfabeti e che consente a Gesù di andare incontro al proprio destino, diventandone il capro espiatorio necessario: Pietro sopravvive a Gesù e sarà costretto a convivere con il suo senso di colpa , Giuda non ci riesce e si suicida.

Nel secondo dopoguerra il senso di colpa di molti narratori (chi si è salvato ha la sensazione di essere vivo grazie al sacrificio di altri) si esprime in romanzi come Se questo è un uomo di Primo Levi o Il cielo è rosso (altra citazione del Vangelo) di Giuseppe Berto che lo scrive per espiare il suo senso di colpa. La figura dell’intelettuale destinato al tradimento è legata all’esperienza della guerra in un paesaggio di morte con signifcati biblici.

Ne La casa in collina c’è la storia di un uomo, Corrado, che cerca di sottrarsi al proprio destino e le colline diventano un luogo antagonista a un altrove minaccioso, luogo di evasione e di fuga, emblematico della Resistenza. All’inizio del primo capitolo “… non vedevo differenza tra quelle colline e queste antiche dove giocai bambino e adesso vivo …”, queste e quelle colline pur essendo temporalmente diverse sono le stesse. Non troviamo date, né circostanze di riferimento, non cè bisogno di specificare nulla perché Pavese costruisce un allegoria i cui contorni sono decifrabili anche se indefiniti: quella città, quella collina, quella minaccia, quella condanna, unica scansione temporale definita “… era estate …”. Lo sguardo è retrospettivo sul tempo della pace che coincide con quello della giovinezza. La guerra, cronotopo ossia passaggio traumatico fra la giovinezza (pace) e il suo tempo breve e la maturità (guerra) tempo lungo destinato a durare per chi l’ha vissuta, per tutta la vita. C’è un rapporto speculare tra l’orizzonte collettivo della guerra e l’orizzonte privato della guerra interiore.

E’ come se il personaggio si fosse augurato la guerra in quanto prorpio orizzonte di salvezza e ciò sta alla base del suo senso di colpa. Il passare attraverso la vicenda intima e umana di paternità e di sentimento (che resta irrisolta) è una specie di esame di coscienza e la guerra stessa diventa più umana perché intrecciata alla vicenda sentimentale. Il racconto storico è puntuale anche se eluso.

Le guerre hanno sempre due narrazioni e due dimensioni: l’incosciente e la consapevole, cioè responsabile e pronta al sacrificio; i protagoinisti sono sempre giovani o come età anagrafica o come età interiore.

 

Enrica Birsa