inclusione

L'inclusione sociale è l'azione volta a garantire l'inserimento di ciascun individuo all'interno della società, indipendentemente dalla presenza di elementi che differenziano gli uni dagli altri e che possono apparire limitanti. Abbraccia numerosi aspetti e ambiti tra i quali l'inclusione scolastica e l'inclusione lavorativa.

Definizione

L'inclusione indica lo stato di appartenenza a qualcosa, sentendosi accolti e avvolti.[1]. L'inclusione sociale rappresenta la condizione in cui tutti gli individui vivono in uno stato di equità e di pari opportunità, indipendentemente dalla presenza di disabilità o di povertà[2].

L'inclusione è descritta da caratteristiche specifiche:

  • Si riferisce a tutti gli individui
  • Si rivolge a tutte le differenze senza che queste siano definite da categorie e da criteri deficitari, ma pensate come modi personali di porsi nelle diverse relazioni e interazioni
  • Mira all'eliminazione di ogni forma di discriminazione
  • Spinge verso il cambiamento del sistema culturale e sociale per favorire la partecipazione attiva e completa di tutti gli individui[3]
  • Mira alla costruzione di contesti inclusivi capaci di includere le differenze di tutti, eliminando ogni forma di barriera
  • Allontana da sé la concezione di abilismo e di "normativa"[4]

L'inclusione sociale guarda alla disabilità non come una caratteristica interna dell'individuo che crea il non funzionamento, ma come un deficit collocato "all'interno dei processi disabilitanti prodotti da contesti, saperi disciplinari, organizzazioni e politiche incapaci di fornire una risposta adeguata alle differenze delle persone"[4]. Alla luce di questo risulta necessario osservare, proporre e cambiare i contesti sociali per realizzare ovunque l'inclusione sociale. Meneghini sottolinea questo processo: "L'inclusione è un processo che problematizza gli aspetti della vita sociale, delle istituzioni e dell politiche: si presenta come un processo dinamico, instabile, in continua costruzione, in quanto l'essere inclusivi non è vincolato al ruolo prescrittivo, a una norma, a una costrizione, ma implica una continua strutturazione e destrutturazione delle organizzazioni e dei contesti istituzionali e sociali".[5] In ambito accademico e di ricerca molti studiosi hanno dato una propria definizione di inclusione: Andrea Canevaro afferma che "è l'ampliamento dell'orizzonte nella riconquista di un senso di appartenenza[6] Patrizia Gaspari la intende "come metodo e prospettiva in grado di realizzare un processo di riconoscimento reciproco, in cui le ragioni di ciascuno si incastrino in un percorso di crescita comune"[7]; Marisa Pavone sostiene che "l'essere inclusi è un modo di vivere insieme, basato sulla convinzione che ogni individuo ha valore e appartiene alla comunità. Così intesa, l'inclusione può avvenire non solo nella scuola ma in molteplici ambienti: lavoro, gioco, ricreazione"[8]

Inclusione, integrazione, normalizzazione

Spesso il concetto di inclusione viene sovrapposto a quello di integrazione e i due termini vengono utilizzati come sinonimi, ma l'inclusione non è assimilazione e nemmeno integrazione e questa posizione è supportata dallo studioso Jürgen Habermas che afferma: "Inclusione non significa accaparramento assimilatorio, né chiusura contro il diverso. Inclusione dell'altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti: anche, e soprattutto, a coloro che sono reciprocamente estranei o che estranei vogliono rimanere"[9].

Negli ultimi decenni, i servizi hanno assunto come punto di riferimento concetti come normalizzazione e integrazione, che pongono in risalto la necessità di operare per eliminare le differenze, assimilare e avvicinare il più possibile le persone con disabilità a una condizione di normalità. Questa prospettiva considera la disabilità come un elemento negativo da rimuovere, per questo il processo assimilativo ritiene il diverso colui che deve cambiare e adattarsi alla cultura e alla società in cui vive.

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