Per il 22 aprile 2015
Libero Draghi era stato ospitato dal compagno che viveva con la moglie al piano nobile di un palazzo sul Canal Grande. Aveva pranzato alla loro tavola fra lini inamidati e piatti d’argento, servito da domestici. Dopo tre giorni era tornato a casa. Aveva riaperto la bottega e improvvisato un letto di fortuna dietro lo scaffale delle pelli.
Il giorno dopo Orsola era andata da lui e gli aveva detto : « Papà, mi manchi tanto ». Era una bimbetta graziosa come una miniatura e limpida come l’acqua di una fonte. « Se ritorni a casa, io rinuncio a fare la Prima Comunione. »
Libero l’aveva abbracciata rendendosi conto che la sua bambina era più importante della sua fede politica, e nessuno, nemmeno il compagno veneziano, aveva più voglia di lottare per un mondo diverso.
« La mamma come sta ? » le aveva domandato.
Da Sveva CASATI MODIGNANI, Palazzo Sogliano (2013).
Prova scritta, I anno, 11 settembre 2014.
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Per il 6 maggio 2025
In agosto sono andato in vacanza negli Stati Uniti e mi sono fermato qualche giorno a New York. In quella città mi sento a mio agio perché tutto mi sembra semplice, meno problematico. Il fatto di avere un destino curioso, di non avere radici, di essere un « ebreo errante », lì è normale. E poi a New York ho vissuto i primi anni della mia vita professionale. In quella città sono nati due miei figli, ho scritto il mio primo romanzo e ho incontrato molte volte mio padre. Passeggiavamo insieme, cenavamo insieme. Forse a New York ci sentivamo più vicini, più alla pari, entrambi in un paese straniero. Lui diventava meno francese, io meno italiano. Era un terreno dove avevamo minori sicurezze e dovevamo fare più sforzi. Anche lì però ci sono state tra noi delle frizioni. Mi ricordo una volta a Madison Avenue, davanti a un negozio di valigie e di borse, mio padre mi parlava con entusiasmo della qualità, della praticità di una sacca da viaggio di nylon verde scura esposta in vetrina. Io gli chiesi :
« Perché non usi mai quelle meravigliose valigie dei nonni che sono rimaste in solaio ? »
« Perché le ho vendute, ho venduto tutta quella chincaglieria inutile che c’era in quel solaio. »
Da Alain ELKANN, Il padre francese (1999).
Prova scritta, I anno, 7 novembre 2013.
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Per il 13 maggio 2015
Il francese è stato per secoli, e in modo particolare a partire dal Settecento, la lingua straniera di riferimento per gli italiani colti. Dalla letteratura alle scienze, dalla politica alla filosofia, sino alla moda, alla gastronomia e allo sport, di fatto ogni ramo del sapere intellettuale, ma anche della cultura materiale, è profondamente segnato dal modello francese. Nonostante la forte censura xenofoba del periodo fascista, che ebbe nel francese il bersaglio preferito, ancora a metà del Novecento quella d’oltralpe era la lingua più studiata nelle scuole italiane, e solo negli anni settanta di quel secolo ha inizio la progressiva sopraffazione da parte dell’inglese, che oggi si impone in maniera egemonica nello studio scolastico.
La penetrazione dei francesismi ha sempre seguito la doppia strada del prestito integrale e degli adattamenti fono-morfologici. Possiamo dire che il primo tipo investe maggiormente il lessico della conversazione colta, del bon ton (francesismo novecentesco), dell’elzeviro giornalistico, mentre il secondo tipo si attaglia meglio alla denotatività propria dei linguaggi tecnico-scientifici.
Tra i prestiti integrali di matrice novecentesca alcuni sono assolutamente vitali ancora oggi…
Da Claudio GIOVANARDI, L’italiano e le altre lingue, in AA. VV., L’italiano dalla nazione allo Stato, Firenze, Le Lettere, p. 221.
Prova scritta, I anno, 20 giugno 2013.
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