La Memoria collettiva ha attinenza con la Storia anche se con natura e carattere diverso (Benjamin: “… la Storia non è un tempo vuoto ma pieno di attualità e questo ha a che fare con la memoria collettiva”).
Maurice Halbwachs – Scrisse il saggio sulla memoria collettiva (di cui inventa il termine) “La memoire collective” uscito postumo nel 1950 “… la memoria è una costruzione del passato che risente del presente, non è un deposito inerte. Il presente è immerso nella realtà del momento quindi fluido, che riflette un pensiero dominante (narrazione egemonica)”. La pluralità delle memorie può essere condivisa, divisa, apologetica o celebrativa, ribelle e si pone in un rapporto di condivisione o conflitto nei confronti della memoria della maggioranza, cioè egemone.
Primo dopoguerra: Gli intellettuali che ne parlano sono pochi perché o non vogliono andare contro il regime e rischiare il campo di concentramento o fanno parte del nutrito gruppo di interventisti che hanno perso la vita nel conflitto.
Emilio Lussu – “Un anno sull’Altipiano” – Memoria con la quale viene denunciato l’insieme di soprusi e conflitti che governavano i vertici dell’esercito (fucilazioni – diserzioni – privazioni – stanchezza – distruzione delle risorse del territorio), memoria non celebrativa né monumentalistica: l’autore quindi scrive una memoria testimoniale e denuncia la falsità della memoria di regime.
Giani Stuparich – “Ritorneranno” – L’autore crede nella Prima Guerra Mondiale come una IV Guerra d’Indipendenza per completare il Risorgimento e denuncia la devastazione e la morte attraverso tre personaggi, volontari, che nelle lettere descrivono la guerra in modo antifascista e conflittuale con la memoria egemonica.
Il regime ha tutto l’interesse a costruire una memoria della Prima Guerra Mondiale come di guerra vinta e combattuta eroicamente, accantona il dolore, le perdite, le sconfitte, per proganda. Caporetto è un disastro come Lissa ma si rimuovono tutti gli elementi negativi e conflittuali dell’eserecito, viene celebrato il fante eroe caduto per la patria. Le lettere e i diari dei soldati vengono bruciati per poter costruire un’immagine celebrativa o mitopoietica (che costruisce un mito) del conflitto.
Secondo dopoguerra: Aveva vinto la Resistenza e quasi tutti gli intellettuali scrivono la loro esperienza di partigiani, legittimati dalla memoria egemonica. Diventeranno la dirigenza intellettuale del nostro Paese e vengono premiati per le loro scelte.
Casare Pavese – “Prima che il gallo canti” – Le due narrazioni hanno a che fare con il rivissuto di una memoria individuale condivisa con altri che hanno fatto la medesima esperienza del confino. Ne “Il carcere” ricostruisce la memoria di quei giorni con senso onirico e soggettivo. Non ci spiega nemmeno perché si trova lì e la sua più che essere una vera e propria prigione è una “prigione psicologica” dove viene limitato il suo diritto d’espressione. Ne “La casa in collina” Pavese è sempre molto introspettivo e la storia è da lui elaborata come esperienza psicologica, individuale, d’informazione con un certo straniamento dalla Storia.
Carlo Levi – “Cristo si è fermato a Eboli”
Primo Levi – “La tregua” e “Se questo è un uomo” – In quest’ultimo romanzo l’autore dissolve il senso teleologico (di qualcosa che ha un senso e una giustificazione) di ciò che è successo perché nulla ha un senso e nulla è giustificabile. Elio Vittorini non vuole pubblicarlo perché mette in crisi i valori dell’intera umanità.
Italo Calvino – “Il sentiero dei nidi di ragno”
Mario Rigoni Stern – “Il sergente nella neve”
Giuseppe Berto – “Il male oscuro” – fascista, viene epurato come scrittore per il suo credo perché contrario al canone letterario egemonico. Vincitore, con questo romanzo, dei premi Campiello e Viareggio.
Elsa Morante – “La storia” – Dà della Storia una lettura diversa con prospettiva femminile e non militare. La narrazione in terza persona è fatta da una maestra.
Beppe Fenoglio – “Il partigiano Johnny”
La narrazione storica ha bisogno di 10/20 anni per essere scritta con sguardo postumo, tra il 1948 e il 1950 la memoria degli scrittori si fa più individuale anche perché non ha l’aspirazione di essere emblematica o esemplare ma essi sentono l’esigenza di elaborare soggettivamente l’esperienza vissuta.
Perché quelli di Pavese e Morante non sono romanzi storici? Perché i personaggi sono vittime della Storia, cioè non la costruiscono ma la subiscono e sono figure dello scollamento dell’individuo dalla Storia che vive in un’altra dimensione opprimendolo, essendogli contrario. Nell’Ottocento questo rapporto Individuo – Storia è molto più stringente: non c’è un IO che si contrappone alla Storia ma c’è uo IO artefice della Storia.
Enrica Birsa