16.03.2018
Maurice Halbwachz, un sociologo francese, scrive un saggio sulla memoria collettiva: “La mémoire collective” (1950)
Fiamma Lussana traduce quest’idea in un articolo (2000):
“Halbwachz reagisce alla teoria bergsoniana negando l’esistenza dei ricordi inconsci. La memoria non è un deposito, un archivio inerte di ricordi inalterati nel tempo, distanziati dalla realtà attuale, ma invece un’azione deliberata e cosciente, una ricostruzione del passato che avviene nel presente.”
La memoria è una costruzione e non un deposito inerte, è mutevole, dinamica. Essa interagisce con la società nella quale viene prodotta.
“Per questa sua caratteristica di adesione fluida alle dinamiche sociali si accorda in ogni epoca con il pensiero dominante nella società.”
“La memoria riflette il pensiero dominante (…) è una posta in gioco”
“Alla pluralità dei quadri sociali corrisponde una pluralità di memorie collettive che a seconda di come si accordano con il pensiero dominante possono essere nelle diverse situazioni divise, condivise, celebrative, apologetiche, ribelli.”
Il pensiero dominante si può anche chiamare narrazione egemonica.
Memoria: costruzione (non un deposito inerme) del passato che risente del presente.
Memoria collettiva: elaborata da una comunità, è condivisa.
Esiste una pluralità di memorie collettive che, rispetto al pensiero dominante, si pongono in un rapporto che può essere di condivisione o di conflitto.
La narrazione egemonica è la costruzione della memoria maggiormente divulgata, della maggioranza.
Tutto il nodo tra storia e la letteratura, tra memoria e letteratura e tra storia e individuo passa attraverso la costruzione della memoria collettiva.
Si può fare un paragone tra la memorialistica della prima e della seconda guerra mondiale e si può dire che nella prima c’è poco rispetto che nella seconda.
Due autori che scrivono durante il ventennio fascista:
Lussu, “Un anno sull’altipiano”
Stuparich, “Ritorneranno”
Esse sono due opere a forte carattere memorialista e rappresentano uno dei casi più eclatanti di una ricostruzione di memoria collettiva che si pone in un rapporto di conflittualità rispetto alla narrazione egemonica.
Negli anni del ventennio fascista, soprattutto dopo il ’33, il regime ha l’interesse a costruire una memoria della prima guerra mondiale.
La narrazione egemonica che costruisce il regime della prima guerra mondiale è quella di una guerra vinta e combattuta eroicamente. Rimuove dalla storia le perdite, le sconfitte e il dolore. Essa è una costruzione di una narrazione fatta di virilità, eroismo e aggressività ed è funzionale alla propaganda di regime.
Uno degli episodi storici epurato dalla memoria collettiva che si vuole costruire: Caporetto.
Della guerra si rimuovono, infatti, tutti gli elementi che discordano da un’idea celebrativa ed encomiastica dell’esercito italiano.
Tutta una parte della memoria collettiva viene rimossa: tutto il carattere drammatico della guerra, i valori negativi e tutta la conflittualità che aveva caratterizzato la storia dell’esercito.
Quando Lussu scrive “Un anno sull’altipiano” ricostruisce una memoria della prima guerra mondiale che non corrisponde alla narrazione egemonica di regime.
Egli denuncia attraverso le sue memorie alcuni fatti.
La memoria della prima guerra che ricostruisce è problematica, fatta di conflitti irrisolti (soprattutto di classe) che fanno dell’autore un antifascista. Egli denuncia le diserzioni, l’inettitudine dei generali, lo Stato, le fucilazioni, la stanchezza e l’esasperazione dei soldati, la distruzione del territorio e di tutte le risorse di quest’ultimo.
Costruisce una memoria che tende a sostituire una memoria collettiva condivisa.
La memoria collettiva, che ha molto a che fare con l’immaginario, è invece un’immagine mitopoietica (o memoria celebrativa).
Essa è la narrazione egemonica che il regime vuole costruire.
Lussu scrive un diario che rispetto a questa memoria non è una narrazione mitopoietica ma realistica, testimoniale e che vuole ricostruire i caratteri realisticamente devastanti della prima guerra mondiale.
Egli denuncia, inoltre, che questa memoria è falsa perché è una costruzione di regime che ha rimosso un’altra memoria collettiva (quella luttuosa) che si era sviluppata nel primo dopoguerra e che era stata rimossa.
Lo stesso fa Stuparich con “Ritorneranno”.
Egli scrive dei mesi di guerra raccontando la devastazione, la morte e lo shock provato durante il periodo di combattimento.
Nel romanzo viene narrata la storia di tre personaggi che partono da volontari per la guerra e che attraverso le lettere, le memorie e i ricordi ce la descrivono.
L’intento è di scrivere un romanzo sulla prima guerra mondiale che sia profondamente antifascista e in un rapporto conflittuale rispetto alla memoria egemonica di regime.
La narrazione egemonica costruita dal regime riesce ad essere pervasiva perché ha poche voci discordi. Sono pochi i narratori del nostro primo dopo guerra, perché tutti gli intellettuali erano stati interventisti e molti di essi morirono. La maggior parte di quelli sopravvissuti scelsero, invece, il silenzio.
Scrivere della prima guerra mondiale significa:
-o costruirne una memoria mitopoietica che concorda con la versione del regime
-o scrivere una memoria non mitopoietica
In quest’ultimo caso un autore viene mandato in campo di concentramento per la propria idea. (Non si può esprimere una costruzione della memoria che diverga da quella di regime).
La narrazione della seconda guerra mondiale risente di altri caratteri. La resistenza trionfa e perciò quasi tutti gli intellettuali, quelli tra le file dei partigiani, scrivono della loro esperienza legittimati dalla narrazione egemonica.
La memoria collettiva egemonica della seconda guerra mondiale è quella in cui il soggetto principale e vincente è il partigiano (Fenoglio, Pavese, Carlo e Primo Levi, Calvino)
Rispetto alla prima guerra mondiale questi scrittori sono più legittimati, fautori di una memoria collettiva nei quali si identificano. Essi, infatti, non scrivono una memoria di opposizione.
La narrazione resistenziale coincide con una memoria collettiva che in quel momento viene sentita e che viene sancita dalla nostra costituzione.
Gli intellettuali del secondo dopo guerra sono quelli che diventeranno grandi editori (Vittorini, Pavese) e che creeranno attorno a sé movimenti intellettuali fortemente orientati.
Tra il ’48 e il ’51: si fa più importante la produzione di romanzi. Tra essi si possono distinguere
- quelli di confino come “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi.
- quelli che parlano dell’esperienza nei campi di concentramento come “Se questo è un uomo” di Primo Levi
- quelli che parlano dell’esperienza della resistenza
La memoria elaborata da questi scrittori resta una memoria profondamente individuale. Non si dà l’aspirazione di diventare emblematica o esemplare. La modalità di queste narrazioni resta sempre ancorata alla propria soggettività e psicologia.
Si sente un’esigenza di elaborare individualmente il trauma della guerra.
In “Se questo è un uomo” è presente un’interrogazione indiretta. È una serie continua di domande che si pone il narratore rispetto a ciò che vive.
Levi non fa di se stesso un eroe e non costruisce della storia una versione postuma pacificata e significativa. Inoltre egli non ne costruisce una ragione o dei significati retrospettivi ma lascia aperta l’interrogazione della storia.
“Uomini e no” (Vittorini), “Il sentiero dei nidi di ragno” (Calvino) e “Il partigiano Johnny” (Fenoglio): esigenza mitopoietica.
Creare una narrazione mitopoietica significa creare il senso teleologico della storia.
L’umanità, attraverso alcuni passaggi, è avviata e destinata a realizzarsi e a realizzare sempre nuove forme del sé più sviluppate.
Vittorini aveva costruito una narrazione della resistenza celebrativa, e per lui la guerra ha diviso in uomini e no. Il bene (i partigiani) ha vinto sul male. C’è un senso teologico.
Vittorini diventa direttore editoriale dell’Einaudi. Egli legge “Se questo è un uomo” di Levi e gli respinge la pubblicazione.
Non capisce come quel tipo di testimonianza di narrazione possa costruire la narrazione egemonica.
Non capisce il finale aperto, non sente consonante quel tipo di testimonianza con quella che sta cercando di costruire.
“Se questo è un uomo”: non ha fortuna, non viene divulgato perché non rispetta l’orizzonte d’attesa del lettore. È una storia che nessuno vuole ricordare. Passano molti anni prima che venga pubblicato.
Levi costruisce, infatti, una narrazione anti-eroica che mette in crisi i valori della storia, della guerra ma anche dell’intera umanità. Non costruisce una narrazione binaria dove ci sono gli eroi e gli antagonisti. (Ci sono solo le vittime che non giustificano il proprio stato di vittimismo).
I carnefici non appartengono ad una categoria di persone ma sono espressione di un male che tocca qualcosa di profondo in ciascun uomo. Mette in crisi i valori dell’umanità stessa.
Questo non coincideva con la narrazione degli anni ’50 che si voleva creare.
Pavese, “Il carcere”: luogo dell’esilio.
Egli ricostruisce la memoria di quei giorni restando sempre ad un livello della descrizione lirico, quasi poetico e profondamente soggettivo.
Il carcere: prigione psicologica nella misura in cui limita il suo diritto di espressione.
L’esperienza del confino non può costruire una memoria collettiva: non tutti l’hanno vissuta.
Non è un’esperienza condivisa, ma individuale.
Pavese è un autore introspettivo. La storia è sempre presente perché la vive. Essa, però, non viene mai elaborata in termini ideologici o massimalisti ma sempre come esperienza psicologica e individuale.
Si trova uno scollamento dell’individuo dalla storia, quasi uno straniamento. Il racconto della storia è un racconto straniato.
Lo stesso tipo di straniamento si ritrova anche in: Fenoglio, ne “La Tregua” di P. Levi, ne “La casa in collina” di Pavese.
Giuseppe Berto: va in guerra con le camicie nere. Non abiurerà la fede fascista. Egli vuole andare in guerra perché sente di aver bisogno di quell’esperienza.
Il canone letterario costruisce una narrazione egemonica, la nostra memoria collettiva.
Né Elsa Morante* né Berto rientrano in questo canone.
*costruisce una storia della seconda guerra mondiale narrata da una donna, tutta di prospettiva femminile e non militare. Il personaggio principale è una maestra.
Il rapporto tra narrazione e storia non passa sempre attraverso il canale del romanzo storico, che è un genere a parte. I personaggi non sono agenti della storia ma sue vittime. Non la costruiscono ma la subiscono; sono figure dello scollamento dell’individuo da essa, che vive in una dimensione altra rispetto all’individuo.
L’individuo è in rapporto di opposizione rispetto alla storia. La storia è contro l’individuo.
Nell’800 il rapporto tra individuo e la storia è molto più stringente. Non esiste un io individuale che si contrappone alla narrazione della storia.
Il protagonista è sempre una figura della storia, è sempre immanente ad essa, è un artefice.
Parlare di sé vuol dire parlare della storia, e parlare di essa vuol dire parlare della psicologia del personaggio. L’intimità e la storia sono due facce della stessa medaglia.
La grande storia entra direttamente nella storia di formazione dell’individuo.
Nell’800 un romanzo storico era anche un romanzo psicologico.
Il narratore non concepisce delle narrazioni in una dimensione alternativa o altra rispetto alla storia di cui fa parte.
Jessica Santarossa